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Giganti rossi: considerazioni per un corretto catch & release

tonno in catch & release

Di Umberto Simonelli

 

Un numero sempre maggiore di appassionati del drifting al tonno rosso sta abbracciando la filosofia del rilascio. Restituire al mare perfettamente vitale la nostra preda è sicuramente un importante passo avanti nell’etica della pesca.

Un modo decisamente più attuale e sostenibile di approcciare questa tecnica. Ma “rilasciare” non basta, bisogna farlo secondo uno schema che rispetti le esigenze biologiche del pesce.

Abbandonare il concetto del prelievo a tutti i costi  e regalarsi comunque l’emozione di uno strike, liberando, a fine combattimento,  il nostro gigante  può farci scoprire un nuovo modo di pescare . Esploriamo insieme il catch& realise,  che prevede di restituire al mare la preda ben vitale assicurandone cosi’ la sopravvivenza.

amo circle

L’uso degli ami circle è il primo passo per il rilascio. Il punto di infissione non è mai un punto vitale e il pesce non subisce danni gravi

Prepararsi bene

Una volta superato il concetto del possesso della preda, abbracciare la consuetudine del rilascio può aprire un mondo di emozioni impensabile, facendoci scoprire anche lati insospettabili del nostro carattere.

Oltre al fatto che stante le condizioni attuali , il rilascio è l’unica strada percorribile per praticare questa tecnica. Tutto ciò premesso,  dovremo quindi ripensare l’organizzazione della pescata in funzione del rilascio.

Partendo dalla scelta dell’amo che dovrà essere tassativamente circle , meglio se del tipo biodegradabile, che si corroda rapidamente a quella di pinze e forbici , adeguate alla mole dei pesci e degli ami che intendiamo rimuovere.

Combattimenti rapidi

drifting al tonno

 Attrezzatura equilibrata ed angler preparato sono indispensabili  per terminare in breve tempo il combattimento

Rilasciare un pesce con successo significa  concludere l’azione di pesca in modo rapido, il che equivale  a stressare il pesce il meno possibile.

Eviteremo quindi di protrarre il tiro alla fune più del necessario, dotandoci di attrezzature adeguate e rigorosamente non sottodimensionate.

La fisiologia del tonno è complessa e proprio la sua inusuale costituzione di pesce a sangue caldo lo rende vulnerabile all’affaticamento prolungato che può costargli conseguenze gravi e soprattutto non immediate e che potrebbero invalidarlo condannandolo .

Quindi oltre all’attrezzatura, capace di non rompersi forzando il pesce, serve la tecnica di combattimento, fatta di pompate brevi e veloci e di un recupero rapido.

Questo non vuol dire canne dure come bastoni e mulinelli esagerati, ma canne di nerbo a doppio libraggio, capaci di essere più modulari e di adattarsi a pesci di diverso peso agevolando anche l’angler; non mancheranno filo di qualità , nodi ben fatti e ami molto affilati per una infissione che non  provochi lacerazioni. 

Un mulinello a doppia velocità può essere una buona soluzione, ad esempio, per venir fuori da situazioni complicate.

Ad ognuno la sua parte

In quasi tutte le situazioni il perfetto sincronismo tra angler e skipper determinano il successo dell’avventura ed anche in quella di un rilascio la conduzione della barca conta tantissimo.

Una traiettoria circolare che avvantaggi il recupero evitando brusche accelerazioni che provocheranno lo slittamento delle frizione e quindi l’aumento dei tempi o peggio il trasporto al guinzaglio di un pesce in profondità, nel tentativo di alzarlo dal fondo, accrescerà solo la stanchezza di pesce e angler.

Non mancheremo di sottolineare che, sebbene  in questa pesca non sia richiesto un fisico da palestra, un minimo di allenamento e di fisicità aiutano a condurre un combattimento con poche pause.  

 Se a bordo ci sarà anche un mate, la sua parte potrà aggiungere un ulteriore vantaggio;  tirare l’ultimo metro di terminale a mano, facendo così arrivare sottobordo un pesce ben vitale e essere pronto alla slamatura o al taglio del terminale è un tassello ulteriore.

Nuovo ossigeno

Tonno all'amo

 Un combattimento protrattosi troppo a lungo, sono visibili i segni sul pesce delle lesioni causate dal filo e dell’amo che hanno sfregato per ore

Quando il pesce sarà aggallato e la vitalità ridotta, dovremo effettuare la parte fondamentale del lavoro. Far riossigenare un pesce deve tenere conto del modo in cui il pesce respira.

Dovremo far scorrere l’acqua nell’apparato branchiale e a poco serve farlo andare avanti e indietro a barca ferma. E’ un’operazione inutile se non dannosa; con la barca in moto ed il pesce parallelo alla murata, lo condurremo a lento moto facendogli una sorta di respirazione artificiale.

Il segnale sarà la ripresa di tonicità ed il battito della coda che si farà sempre più potente. Basterà aprire il boca-grip e il gigante potrà tornare al suo mondo.

Da non fare

Se portare a bordo il pesce è una opzione  indispensabile andrebbe trattato così ….

Portare il pesce a bordo , spupazzarlo in varie posizioni per la foto di rito, sono operazioni da non fare.

Il massimo concesso, per pesci di piccola taglia, magari catturati in traina con artificiali provvisti di ancorette, per una slamatura ideale è l’imbarco con un materassino specifico e una manichetta con acqua di mare prontamente infilata in bocca.

Il tappetino successivamente servirà come scivolo o barella di trasporto. Comunque è imperativo non infilare le mani tra le branchie, maneggiare il pesce il meno possibile  e soprattutto evitare traumi e scossoni.

Consideriamo che la morfologia dei pesci si è evoluta per stare in acqua, e i grandi pelagici soffrono la sollecitazione degli organi interni conseguente al sollevamento

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