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Terminali da vivo: doppiare o non doppiare ?

 

di Umberto Simonelli

Al terminale, ovvero all’ultima parte del complesso pescante è affidato un compito piuttosto importante ed anche gravoso, in qualche modo.

E’ per così dire, il biglietto da visita con il quale ci presentiamo ai pesci e rappresenta davvero un elemento cruciale

Non solo funziona da vettore di una esca viva, alla quale questa deve rimanere solidamente connessa, ma deve assicurare alcune caratteristiche sia funzionali che tecniche.

In primo luogo il terminale deve essere ben realizzato, con materiali e caratteristiche strutturali tali da resistere, in caso di strike, alle sollecitazioni importanti che questa situazione scatena.

Quando un pesce aggredisce l’esca, lo fa mettendo in gioco notevole energia, con fughe e testate capaci di generare ingenti forze, che mettono a dura prova nodi, connessioni e materiali stessi.

Oltre all’aspetto meccanico che quindi interessa i carichi di rottura, c’è anche quello relativo alla azione abrasiva o di taglio che la bocca del pesce esercita sul filato, nylon o fluorcarbon che sia.

La doppiatura

Proprio quest’ultima preoccupazione, ovvero quella che denti, placche ossee e quant’altro possano recidere il filo, si è pensato, fin dagli albori della traina col vivo, di realizzare l’ultimo tratto, quello che porta gli ami e che entrerà nelle fauci del pesce, con una doppiatura.

Sostanzialmente si tratta di realizzare un loop, da chiudere con un nodo, e da allungare affiancando i due capi in modo parallelo.

 

E’ indiscutibile che la doppiatura dia luogo ad un terminale più rigido

 

La realizzazione, fatta in questo modo, cerca di scongiurare al massimo guai e rotture, con l’intento di raddoppiando di fatto la sicurezza.

Oggi si parlerebbe di un sistema ”ridondante”… ovvero se si rompe uno dei due fili c’è sempre l’altro.

Il rovescio della medaglia è la maggior rigidità che il sistema assume e che può essere limitante con l’uso di alcune esche in particolare.

Soprattutto se si è dediti al confezionamento del terminale con il fluor carbon, la minor flessibilità è più evidente rispetto al nylon e potrebbe essere controproducente in termini di credibilità del nuoto dell’esca.

Un pesce, un’aguglia ad esempio, di dimensioni medie, di certo rimane penalizzata da due fili, magari grossetti, che portano due ami per di più infissi, uno nel becco ed uno, sotto pelle, verso la parte caudale.

 

Se il pesce esca è sufficientemente grande sopporta meglio un terminale doppiato

 

Con i cefalopodi

Se ci si confronta soprattutto con dentici e cernie profondi e di taglia, insidiati con cefalopodi, un terminale “abbastanza” robusto, è d’obbligo.

La profondità e la diversa mobilità dell’esca, che di fatto non nuota davvero come un pesce, ma si fa trascinare, controllando la rotta con il getto d’acqua del sifone e poco movimento, rendono il terminale sicuramente meno penalizzante.

Nella traina profonda, magari con cefalopodi morti, dove il confronto è con pesci potenti e di taglia, la “leggerezza” deve lasciare il posto alla robustezza e bisogna essere previdenti.

Con i pesci

Se si cambiano esche e si passa ai pesci, sempre innescati con due ami, l’appesantimento del doppio filo può diventare evidente, soprattutto quando anche le profondità non sono elevatissime.

Un nuoto più credibile, ma soprattutto più guizzante e reattivo, quando è in corso l’attacco è importante e la doppiatura, sia per meccanica che per attrito in acqua, è limitante.

 

Sebbene questa sia stata una boga di dimensioni inusuali il terminale pesante ne penalizzava il movimento

 

Per conservare la massima mobilità il terminale dovrebbe essere calzato lasco e questo oltre a creare attrito in acqua può essere anche un punto di appiglio, quando si fanno passaggi radenti.

La soluzione a queste problematiche possiamo trovarla cambiando il confezionamento del terminale.

Una strada, se proprio non si vuole rinunciare a doppiare, è quella di usare del nylon di qualità più che eccellente, possibilmente con caratteristiche di dicroicità (per essere meno evidente) e grande morbidezza.

Riducendo le sezioni, anche doppiando, si può raggiungere un ottimo compromesso.

Ulteriore alternativa, che è quella che stiamo prediligendo attualmente è quella di usare sempre del nylon, per la migliore flessibilità che garantisce, di diametro leggermente maggiore, con una connessione dritta e non doppiata.

Leggerezza a tutti i costi

Circle e dentici non è vero che non vadano d’accordo …

Se invece vogliamo “stare leggeri” a tutti i costi, la soluzione che bypassa ogni problema è quella mono amo.

Malgrado le scetticità più convinte, la soluzione ad un solo amo, meglio se circle, è davvero risolutiva.

Un solo amo consente di usare fili più sottili, proprio perchè  l’infissione sarà esterna al lato della bocca, limitando il rischio di rotture da sfregamento; e questo renderà il nuoto delle esche, soprattutto se pesci, molto verosimile.

Gli strike saranno sempre assolutamente possibili anche su pesci come i dentici.

Per le ricciole e per le cernie l’uso del mono amo è già storia ….
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