In tutto il complesso pescante il terminale è certamente la parte più importante del sistema.
Canna, lenza e mulinello partecipano all’azione di pesca in una percentuale ridotta rispetto al ruolo del terminale.
Qualcuno storcerà il naso a questa affermazione, ma se ci si sofferma su un attimo, diventa evidente che a questi ultimi si richiede soprattutto affidabilità, durata e comunque delle caratteristiche meccaniche.
Flessibilità ed elasticità calcolata per la canna, fluidità meccanica e frizione efficace per il mulo, durata e tenuta per il filo.
Al terminale invece è affidato il lavoro quello sporco.
Il terminale è la nostra “offesa” come si dice in gergo di un’arma, la punta delle nostre frecce.

E a lui è affidato il compito di presentare un’esca nel modo più credibile, sostenere stress meccanici severi e trattenere la preda.
Insomma, è una vita dura quella del terminale ed anche di grossa responsabilità, se lo volessimo in qualche modo “umanizzare”.
Molti si concentrano fondamentalmente sulla robustezza, quando costruiscono un terminale da vivo, nella paura che nel confronto con la preda questa ne abbia ragione tagliandolo o spezzandolo.
Timore quanto mai legittimo e reale che però fa perdere di vista alcuni aspetti che, alla luce dell’esperienza di qualche annetto di pesca e di qualche pesce imbarcato, vorremmo esplorare.
Ragionamenti e valutazioni che non proponiamo come regole assolute ma solo come storie da condividere durante una chiacchierata in banchina.
Premesse
Oggi prevalentemente si pesca con i cefalopodi, calamari e seppie, perché la loro reperibilità, soprattutto per quest’ultime è estremamente facile e oltretutto sono esche molto redditizie.
Usando i cefalopodi il “problema terminale” si minimizza perché poco importa la metodologia di costruzione cosa che, al contrario, con i pesci è importante.
Maggiormente con le seppie e un po’ meno con i calamari il peso stesso del terminale ne influenza poco il nuoto, perché questi animali sono potenti e soprattutto hanno un assetto tendenzialmente neutro.
La seppia con il suo famoso “osso” regola il suo assetto in modo incredibile; la potenza del sifone gli garantisce una notevole capacità propulsiva che, sebbene moderatamente, vince peso e attrito del complesso pescante.
Ciò non toglie che, sempre secondo la nostra idea, meno peso e attrito ci sia in gioco e meglio è per le nostre esche.
Cosa che con i pesci, soprattutto se non parliamo di grandi esemplari, è invece molto importante.

Quando si innesca un sughero, di media o piccola taglia, lo si imbriglia con due ami ed una montatura che rappresenta una percentuale importante del loro peso.
Se, per fare un esempio, un pesciolino pesa 100 grammi e lo carichiamo di 10 gr di ami è come se ad un uomo di 100 kg gli mettessero sulle spalle 10 kg e gli chiedessero di nuotare in modo disinvolto.
Senza scordarci che gli ami trafiggono il pesce, cosa da non trascurare.
A questo aggiungiamo l’ulteriore handicap del filo tra i due ami, che rende ancora più faticoso il nuoto.
Leggerezza!
Date le premesse di cui sopra appare evidente che fare un terminale leggero e senza fronzoli possa essere un fatto da tenere in considerazione.
Ma se poi abbocca il mostro?
Come si fa?
Beh certo, così su due piedi è logico pensare che leggerezza e robustezza non vadano d’accordo, però intanto pensiamo che nella maggioranza dei casi i carichi di rottura riportati dai filati che usiamo sono molto superiori alle sollecitazioni medie che si verificano, salvo in casi eccezionali e con prede fuori portata.
Un tonno di 50 kg su una cannina da 12 lb ci farà sudare sette camicie senza grandi probabilità di successo, ma …
Premesso che la leggerezza è sinonimo di maggiori opportunità ci sono alcuni aspetti da analizzare piuttosto importanti che contribuiscono alla sicurezza dello strike.
Qualche consiglio
Una cosa fondamentale è che tutto il sistema pescante sia equilibrato e che il gioco di elasticità della canna e la frizione siano in armonia.
Questo perché l’elasticità generale protegge dai carichi istantanei che il pesce può generare con l’aggressione all’esca e la fuga.
Siccome la forza applicata aumenta con l’aumento di velocità anche un pesce di medie dimensioni piuttosto arrabbiato che ha una grande partenza, può generare forze al limite del carico di rottura.
Ma anche nel caso di incaglio o arroccamento una frizione ben tarata ed una canna con azione corretta evitano di arrivare, inconsapevolmente, al limite.

Geometria di costruzione
Scorrevole o fisso?
Sicuramente il terminale fisso è il più sicuro, prima perché è semplice, non ha legature scorrevoli e salvo la presenza di due nodi, uno per ogni amo, il trainante buca come il pescante, perché, appunto è fisso, e le forze agiscono in modo diretto.
Unico neo che va costruito su misura, perché troppo lungo crea appigli e troppo corta incapretta l’esca.
Lo scorrevole è certamente più comodo adattandosi a tutte le taglie cosa che ci facilita la vita quando si cambia esca.
Il cruccio maggiore di molti pescatori è il rischio che in caso di strike sullo scorrevole questo vada in battuta sul nodo del pescante rompendolo o comunque indebolendolo.
Da qui si vedono montaggi molto elaborati con l’intento di proteggere filo, nodi e quanto altro perdendo di vista leggerezza e semplicità che invece sono, sempre secondo la nostra sensibilità, prioritari.

I tubicini in polipropilene sono gli unici a non stressare il filo, ma soprattutto grazie alla struttura intrecciata garantiscono una elevatissima robustezza. Ne esistono di vari diametri per ogni esigenza.
Ci sono tre obbiettivi da raggiungere:
- che lo scorrimento violento dell’amo traente non usuri la lenza
- che se arriva a battuta non rovini il nodo
- che il punto di chiusura dell’occhiello dell’amo scorrevole non intacchi il filo
Questo si ottiene semplicemente proteggendo il filo con un tubicino in polipropilene e facendo una legatura ben realizzata che faccia la giusta frizione.

Una legatura dell’amo scorrevole realizzata con del nylon dello 0,35, che consente un buon serraggio e una buona tenuta
Termorestringenti, tubi in silicone, guaine del filo elettrico e altre soluzioni sono sempre una seconda scelta.
Il tubicino in polipropilene non stressa il filo durante lo scorrimento e sbordando dalla legatura protegge il nodo a fine corsa ed il filo dalla chiusura dell’occhiello.
Anche la legatura è importante: se realizzata con il nylon la tensione deve essere calcolata tanto da creare una frizione non esagerata.

Questa invece è una legatura con il filo elastico; contrariamente a quel che si potrebbe pensare è molto robusta e durevole !
La soluzione alternativa è quella di usare il filo per le collane, con due enormi vantaggi.
Dopo lo strike non si apre e rimane perfettamente efficiente e soprattutto sotto forti sollecitazioni l’elasticità della legatura è ammortizzante.

Questo è il filo che abbiamo usato per i nostri scorrevoli, reperibile nei negozi specializzati
Elastici da cancelleria o elastico da roubasienne non ci piacciono, se ne ottengono legature scomposte e molto evidenti
Gli ami

A prescindere da marca e modello la prerogativa principale è l’affilatura della punta, ma anche la qualità della chiusura dell’occhiello che, in ogni caso, si deve presentare ben chiuso e senza sbavature interne.
Gli ami traenti è bene siano tutti con l’occhiello piegato e magari saldato.
La chiusura saldata offre la massima garanzia in entrambi gli ami.

Il filo
Rimane un ultimo argomento … il filo.
Il fluorcarbon rimane la scelta giusta quando si vuole stare al riparo dalle abrasioni ma la sua rigidità, ad esempio sull’innesco di un’aguglia, ci ha sempre fatto preferire del buon nylon.
Considerando poi che i vantaggi di una bassa rifrazione sono decisamente trascurabili soprattutto in profondità.
Rimane il dubbio del raddoppiare o meno l’ultimo tratto, quello proprio dove agiscono gli ami.
E’ una soluzione che non raddoppia il carico di rottura del filo, ma ci offre solo una maggior sicurezza nel caso di abrasione nella speranza che non vengano danneggiati entrambe i capi.
Ottima soluzione quando si può avere a che fare con le cernie.
Meno consigliata se si innescano pesci, per la solita storia del nuoto.
Se parliamo di nodi, rassicuriamoci ,i nodi si rompono quando c’è qualcosa che non va ed il nodo migliore è quello che sappiamo fare meglio e che viene bello a vedersi.
L’importante è non rovinare tutto testando il nodo al suo carico di rottura: è un inutile stress che può costare caro
Quando l’obbiettivo invece saranno solo le ricciole e non solo i predatori di fondo, allora un solo amo ci solleverà da tutti i tormenti.
Ma ne parleremo in un prossimo articolo



















