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    L’editoriale di Aprile

    Abbiamo parlato più volte dell’antagonismo reciproco che si è creato e che continua a esistere tra la categoria dei pescatori ricreativi e quella dei professionisti.

    Abbiamo anche detto che i nostri atteggiamenti ed il nostro modo di intendere la pesca, sebbene con le  dovute proporzioni, in alcuni casi, non è poi così distante da quello della pesca commerciale.

    La pesca ricreativa, in quanto tale, proprio perché è un grande gioco, è inammissibile che soffra certe situazioni, ma c’è anche da riconoscere che le regole andrebbero adeguate e andrebbe sicuramente attivata una informazione capillare ed anche una maggiore attività di controllo senza la quale è inevitabile che si derivi malamente.

    Inconcepibile invece è l’atteggiamento di una larga parte della compagine professionale il cui operato è border line rispetto alle regole e molto spesso ben oltre.

    Regole e metodiche di pesca, che tutti ben sappiamo essere, malgrado legali, molto al di là della sostenibilità.

    Quotidianamente, essendo iscritti alla news letter dell’Ufficio Stampa delle Capitanerie di Porto, ci giungono molte informazioni riguardanti il mare e le attività svolte, tra le quali una quantità ingente di operazioni di contrasto alla pesca illegale da parte dei professionisti.

    Un quotidiano gioco tra “guardie e ladri” dove purtroppo si capisce che vincono più spesso i secondi, perché il mare è grande, la furbizia tanta e le forze addette ai controlli limitate.

    Ora viene spontaneo porsi molte domande, ma la prima che mi viene in mente è quella di riuscire a capire come sia possibile che sia così diffusa in una specifica categoria di impresa questa “inclinazione” quasi innata all’illegalità.

    Non si vuole fare di tutta un’erba un fascio, perchè non mancano  i pescatori consapevoli e corretti, ma qualche perplessità è legittima.

    Pescare tonni illegalmente, o bianchetto, piuttosto che spada sottomisura o fuori stagione non può essere  la sola risposta a problemi di fatturato.

    Soffermiamoci a pensare che se oggi la pesca è in crisi, lo è a causa di un grave depauperamento dello stock ittico, dovuto all’over fishing, con una pressione di pesca che paradossalmente continua a crescere pur diminuendo il pescato.

    Motori sempre più potenti per strascicare sempre più giù con consumi insostenibili malgrado le agevolazioni sui carburanti, sono il segnale di una deriva irreversibile.

    Anche la piccola pesca soffre le conseguenze di un sovra sfruttamento dei fondali che genera anche qui la miope risposta di una maggiore insistenza di pesca.

    Non bastando anche il fatto che siano ammesse tecniche, come la circuizione (anche nei periodi riproduttivi) e lo strascico, insieme ai sistemi derivanti, la marineria professionale a volte ricorrere al prelievo di risorse vietate.

    Quel che stupisce è il fatto incredibile di un settore di impresa che riesce a mangiarsi senza scrupolo alcuno, ignorando qualsiasi logica di gestione, tanto l’uovo che la gallina, gridando poi “aiuto!” quando le galline e le uova sono finite.

    Complice una regolamentazione che non pone concretamente e severamente limiti realmente sostenibili ai prelievi.

    Quando con una semplice riorganizzazione delle regole e facendo respirare il mare probabilmente ogni emergenza rientrerebbe.

     

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