Non sono solito andare dietro alle polemiche e tantomeno alimentarle o, peggio crearle, però ciò non toglie che alcune considerazioni un po’ provocatorie, che qui di seguito mi appresto a fare non trovino la giusta legittimazione per essere condivise.
E’ indiscutibile che la pesca ricreativa, sia in una fase di “attenzionamento”.
RecFishing ne è un segnale così come lo sono le nuove sanzioni per chi pesca di più del dovuto e per chi preleva esemplari sotto misura.
Oltre ad un incremento dei controlli in mare, almeno per quello che abbiamo registrato ultimamente lungo il litorale laziale.
Lungi da me pensare che non siano manovre non solo giuste ma forse anche dovute, vista la consistente incidenza di illeciti presenti nel mondo ricreativo.
Anzi alla fine cercare di quantificare il peso della pesca ricreativa sullo stock ittico non è del tutto sbagliato, anche perché il prelievo, soprattutto per alcune specie non è poi così trascurabile.
Sento, in sottofondo, già i commenti dei soliti che ribattono che sarebbe bene pensare ai professionisti e lasciar stare i ricreativi che, se si portano a casa un pesce in più, non fanno male a nessuno.
Più volte ho scritto e ho ribadito di non essere d’accordo con questa presa di posizione, perché se ci sono delle regole, delle leggi, il loro rispetto è obbligatorio, perché il non farlo si chiama reato.
La contestazione deve avvenire in altro modo e non trasgredendo.
Ed è comprensibile anche, che è difficile mantenere la calma quando effettivamente ci si confronta con l’atteggiamento del mondo della pesca professionale.
Però una considerazione bisogna farla.
Abbandoniamo per un attimo il fatto di sentirci vessati o in concorrenza con i professionisti ma guardiamo invece le cose da un altro punto di vista.
Il mare va tutelato e la tutela deve essere esercitata, in modo proporzionale all’impatto provocato, in funzione della sostenibilità del prelievo stesso.
A poco giova il controllo sulla pesca ricreativa, quando non si controlla la sostenibilità biologica di alcune tecniche di pesca e di prelievo.
Vi faccio un esempio.
Lungo il litorale romano insistono forse una decina di pescatori dediti alla pesca dei polpi con le trappole; ogni santo giorno vengono messi in pesca ben 1500 “barattoli” che, legati ad una lunghissima cima, fungono da tana per i polpi che vengono così catturati senza alcuna selettività.
Ogni cala copre qualche miglio di costa e le 1500 trappole moltiplicate per il numero di barche diventano più di 15.000….
Avete letto bene, quindicimila pezzi di pluviale in pvc, i tubi degli scarichi per capirci, disseminati in pochi metri d’acqua.
Quanti polpi debbono nascere per soddisfare questo tipo di prelievo?
E soprattutto quanti ne debbono sopravvivere per garantire che la specie possa riprodursi?
Stesso discorso vale per le seppie, che vengono insidiate con le nasse ( oltre che con i tramagli) , migliaia, che ogni giorno, in stagione, catturano questi cefalopodi che vi entrano per deporre le uova.
E qui insieme al danno arriva anche la beffa, perché le uova vengono attaccate dagli animali alla rete della nassa e i pescatori, per pulirle, le lavano via con l’idropulitrice.
Come possano ancora sopravvivere delle seppie è un mistero.
Poi passiamo, per concludere, alle reti a circuizione e ai tramagli sulla posidonia in basso fondo.
Tecniche distruttive che vengono praticate generalmente nei periodi riproduttivi e che eradicano letteralmente i riproduttori.
Ma è mai possibile che non ci sia nessuno che si faccia domande sul vero concetto di sostenibilità?
Ma è possibile che chi dovrebbe tutelare l’ambiente sia così asservito alle logiche del profitto da non adottare precise misure?
L’importante però è, come chiede la Comunità Europea, “che la pesca ricreativa venga praticata senza interferire in maniera significativa con la pesca professionale”
E non aggiungo altro.




















