Magazine Traina col Vivo

Come dimensionare i carichi di rottura?

di Umberto Simonelli

Prendiamo spunto per l’argomento, dalla richiesta di un lettore alle prime armi, giunta in redazione, qualche tempo fa.

Come regolarci nel dimensionare i carichi di rottura delle nostre lenze?

In pratica quali sono le sezioni consigliate?

Ebbene l’argomento potrebbe essere esaurito in quattro righe, elencando una serie di possibili soluzioni e tutti a casa felici e contenti.

In realtà, come sempre abbiamo argomentato negli articoli di questo magazine, è meglio capire in autonomia come e perché arrivare a certe scelte piuttosto che, sebbene sia decisamente più comodo, attenersi ad una ricetta.

Prima di tutto

Il complesso pescante deve essere bilanciato, ovvero canna, mulinello, filo e lenze devono essere proporzionati o meglio in armonia.

Tutto il sistema deve rispondere alle sollecitazioni in modo omogeneo, per non rischiare di compromettere un equilibrio generale che è bene rispettare.

Sia chiaro, pescavamo a mano con il filo del 100 e gli ami da palamito e i pesci si prendevano egualmente; oltretutto se un pesce vuol mangiare non lo ferma nessuno.

Ma è quando il pesce ha mangiato e magari è grandicello che possono iniziare i grattacapi.

Sicuramente se prendiamo un dentice di tre kili con una attrezzatura da tonno, cosa possibilissima ve lo assicuro, non c’è da farsi problemi.

 

Un complesso pescante ben equilibrato rende il confronto anche molto più emozionante

 

Al contrario in una situazione sbilanciata si aumentano i rischi di rotture o ci si trova a pescare con attrezzature sovradimensionate che penalizzano il movimento delle esche oltre a creare maggiori attriti e difficoltà di affondamento.

Per essere chiari pensiamo che un mulo potente avrebbe valori di frizione poco adatte a gestire fili sottili e ogni sollecitazione dovrebbe essere ammortizzata da canna e pre-terminale; un mulo giusto ed una canna troppo potente affiderebbe al mulo e al pre-terminale ogni elasticità.

Un complesso pescante armonico, di libraggio adatto alla tecnica invece consentirebbe di tenere testa a prede “agitate” con la dovuta elasticità e allo stesso tempo avere “la forza” per staccare un pesce dal fondo, assecondare le fughe in sicurezza, girargli la testa o semplicemente svincolarci da un incaglio.

 

 

Lo sforzo necessario per staccare una preda dal fondo in alcuni casi può essere impegnativo e tutto deve essere all’altezza della situazione

Parliamo di fili

Prima ancora di approcciare alle sezioni è importante individuare filati di qualità che offrano garanzie di tenuta e durata.

In genere i prodotti che soddisfano queste condizioni sono quelli più costosi e, salvo rarissime eccezioni, questa regola difficilmente è smentita malgrado il fatto che a volte anche tra i prodotti ritenuti migliori si celi l’incognito.

In ogni caso un filo buono è un filo che presenta un diametro regolare e una sezione rotonda e che si comporta bene con i nodi e nel nostro caso non deve essere troppo rigido o troppo elastico.

Teniamo anche in considerazione che spesso i carichi di rottura dichiarati dai filati maggiormente in uso in questa tecnica sono valori importanti che tradotti in kg potrebbero essere considerati anche sovradimensionati.

Ma nel conto dei libraggi da scegliere c’è da tenere presente che non dovremo far fronte solo al tira e molla col pesce ma soprattutto allo stress meccanico che un filo, in trazione per molto tempo, subisce col rischio di diventare meno resistente.

A questo aggiungiamo anche la resistenza al tempo, al sole e al salino.

 

Il terminale e il pre sono gli elementi più sollecitati e la qualità non va trascurata

Ed ora le sezioni

Spendiamo ancora due brevissime considerazioni sulle canne alle quali è affidato il controllo dell’azione di pesca.

Orientativamente i valori di riferimento partono dall’idea di un’attrezzatura centrata intorno alle 12 libre, non meno di 8 e non più di 20, a seconda dell’azione e della morbidezza e reattività che cambia da costruttore a costruttore e del piombo guardiano che useremo abitualmente.

Per parlare del trecciato in bobina sicuramente 40 lb sono il valore di riferimento che sta nel mezzo di un range compreso tra 30 e 50 lb, carico di rottura che espresso in kg spazia tra 13,6 e 22,7

Il pre terminale, ovvero shock leader o come volete chiamarlo, che siamo usi adoperare è di nylon, meglio se specifico per questo uso, con caratteristiche dicroiche e leggermente fumè.

Non sono prerogative indispensabili e probabilmente non faranno la differenza, ma nel tempo ci siamo convinti che un minimo vantaggio c’è, forse per la diversa propagazione della luce.

 

Gli ami affilati con un filo perfetto e durevole sono importanti per la tenuta dei filati 

 

Anche qui la sezione di riferimento potrebbe essere individuata in uno 0,60, a sua volta compreso  tra lo 0,50 e lo 0,70 , rispettivamente capaci di un carico di rottura dai 15 ai 30 kg a seconda del tipo e della marca

Giungiamo quindi al terminale, che è quel tratto a cui è affidato il lavoro sporco, spesso a confronto con denti, placche ossee o rocce e ostacoli.

Anche per questo elemento le sezioni minime e massime sono più o meno le stesse del pre-terminale con l’attenzione di maggiorarlo di qualche punto rispetto al mediano, perché soggetto a maggiori rischi.

 

La leggerezza del complesso pescante è fondamentale ed in alcuni casi indispensabile per la credibilità dell’inganno

Leggeri è meglio

Pescare con sezioni ridotte è dimostrato che rende di più e qualche volta val bene la pena di provare.

I vantaggi di una sezione contenuta non hanno a che fare con la visibilità ma con la mobilità e la minore influenza che l’attrito dell’acqua esercita sul filo.

Quando si lavora con terminali corti  la sezione è meno importante perché le superfici esposte sono nettamente inferiori; ma quando, come nel caso della ricerca delle ricciole, si possono usare   pre-terminali lunghi anche 25, 30 metri, le differenze sono veramente enormi e a volte osare con fili sottili paga.