Cari lettori, eccoci qua… il Natale è alle soglie e anche questo anno sta finalmente per concludersi.
Lasciamoci alle spalle quindi tutto il trascorso che, nel bene e nel male, abbiamo vissuto, durante questi dodici mesi.
E affrontiamo il nuovo anno cercando, se ce la faremo, di mettere in pratica qualche buon proposito.
Uno dei buoni propositi che mi piacerebbe che i pescatori si prefiggessero è quello di prendere maggiormente in considerazione la tecnica del rilascio.
Il catch & release, come tutti lo chiamiamo, non è semplicemente rimettere il pesce in acqua, rinunciando al prelievo ma è un modo diverso di intendere la pesca ma per questo non meno interessante.
Sicuramente non deve essere scambiato per la pillola del giorno dopo, perché non si tratta, semplicisticamente, di un sistema per rimettere a posto le cose, ma piuttosto della conclusione già stabilita di un’azione di pesca.
Il rilascio di un pesce è l’epilogo di un preciso progetto che privilegia l’azione di pesca e non il possesso, perché ingannare un pesce, combatterlo con l’intento di liberarlo prevede che tutta l’azione abbia come oggetto primario la salvaguardia della salute del pesce stesso.
D’altronde rilasciare un pesce malridotto avrebbe poco senso, anzi sarebbe inutile.
Il release è un fatto un po’ complicato, perché oltre ad un’attenzione specifica durante il recupero che garantisca poco stress ed eviti i barotraumi deve fare i conti con il fatto che non tutti i pesci sono rilasciabili con la medesima facilità.
Ci sono pesci come dentici e cernie che quasi sempre risentono dei salti di pressione e pesci come le ricciole od i tonni che se combattuti molto rapidamente senza protrarre a lungo l’azione di pesca possono riprendere il mare con ottime probabilità di sopravvivenza.
Certo che sarebbe opportuno apprendere le tecniche corrette per ridare la libertà ad un pinnuto senza comprometterne la sopravvivenza.
Nella pesca oceanica ai grandi Marlin, ai maestosi Vela e ad altri pesci che insidiano le esche in superficie, dargli la via dopo la cattura è pratica usuale, non solo per ragioni etiche ma soprattutto perché prelevare meno significa pescare di più.
Nei nostri mari dove molte prede si insidiano in profondità le problematiche si fanno più complesse ed evidenti.
Ma non è questa la sede in cui sviscerare questo aspetto che merita spazi più ampi e soprattutto conoscenze di biologia.
Rilasciare bene vuol dire saper rinunciare anche ad avere il pesce tra le mani per un solo istante, vuol dire accontentarsi di una fugace fotografia e dedicare tutto l’impegno per rapidizzare al massimo le operazioni.
Perché i pesci non vanno toccati, non vanno “spupazzati” per il book fotografico e non vanno tirati fuori dall’acqua.
Per rilasciarli ben vivi bisogna rinunciare al trofeo, ma vi assicuro che quel che si prova dopo, quando si libera il pesce è una sensazione difficile da descrivere e che supera di gran lunga l’emozione dell’imbarco della preda.
E’ un insieme di emozioni che ti pervadono completamente e che pongono il pescatore su un piano superiore.
Bisogna provare per capirlo e solo dopo ci si accorgerà di essere pescatori migliori.
Buon Natale e Buon 2025 da me e da tutto lo staff di GlobalFishing magazine.




















