Editoriale

L’editoriale di Gennaio

E con questo primo editoriale dell’anno, vorrei tornare su un argomento che abbiamo anche trattato  qualche tempo fa sul magazine.

Voglio parlare di pesca professionale, di pesca ricreativa e di sostenibilità.

“Sostenibilita” … una parola che esprime un concetto molto delicato, ma allo stesso tempo una parola molto usata, quando si parla di ambiente.

La sostenibilità oggi è un obbiettivo difficile da raggiungere, perché una attività può dirsi sostenibile, quando non pregiudica l’equilibrio del sistema su cui si insiste.

E purtroppo nella pesca questo equilibrio è stato già abbattuto da tempo.

Facciamo un esempio facile: un prelievo dal nostro conto in banca è “sostenibile” quando i prelievi non superano i versamenti: e con la pesca siamo andati in rosso già da un bel pò …

Risolvere questo problema, parlando di pesca professionale, dovrebbe diventare una delle tantissime priorità emergenziali di tutti i governi, perché non solo il “pesce sta finendo” ma le conseguenze dello svuotamento dei mari sono gravi per l’economia, ma lo sono soprattutto per l’ambiente.

Una corsa scellerata verso un baratro da cui non si torna indietro, che sembra non importare a nessuno, tantomeno all’industria della pesca e che viene assolutamente trascurata da buona parte degli ecologisti.

Noi ricreativi, vediamo, a ragione, nei professionisti i distruttori del mare e i responsabili dei nostri cappotti e loro, meno giustamente, vedono noi come antagonisti che depauperano il loro fatturato.

Però c’è da dire che la posizione e l’atteggiamento di moltissimi ricreativi, non sono davvero diversi da quella dei professionisti.

Basta affacciarsi nei gruppi di pesca sui social per assistere all’esposizione di catture decisamente fuori regola, che malgrado tutte le attenuanti a cui ci si voglia appellare, non trovano scusanti, per non parlare della piaga del bracconaggio.

Strazianti gallerie fotografiche, con troppi pesci, pesci troppo piccoli, prede insanguinate buttate nei pozzetti, chili e chili di seppie calamari e polpi, pescetti allineati in interminabili file sui lavandini e altre amenità del genere.

Immagini che, chi le pubblica, pensa siano affermazione e dimostrazione di grande capacità alieutica, quando le multi-catture e l’over fishing sono tutt’altro.

Sono solo una brutta immagine della pesca ricreativa, ma soprattutto “elementi probatori” che la pesca professionale acquisisce e porta presso i tavoli governativi per rafforzare, riuscendoci, le proprie posizioni di padroni del mare e sminuendo quelle della pesca ricreativa.

Tralascio il concetto delle contravvenzioni alle regole, che in paesi con altri tipi di controlli scatenerebbero subito le reazioni delle autorità, ma mi soffermo su quale sia il significato di mostrare pescate di decine di chili di pesce, che non certificano davvero chissà quali capacità, ma solo il frutto delle coincidenze, perché la bravura, credetemi è ben altro.

Perché ricordiamo che la sostenibilità è un problema che vale anche per noi e “svaligiare” uno spot è altrettanto dannoso.

L’altro aspetto, è quello legato alla mentalità che questo narcisismo alieutico fa emergere e che forse per fortuna appartiene meno alle nuove leve, ma che non risparmia i più navigati.

Una mentalità tutt’altro che evoluta e che fa tristemente cattiva mostra di sè.

Forse, per amore o per forza, sarà ben presto ora di cambiare le cose.

Umberto Simonelli