Anche per questo mese il mio editoriale prende spunto dalle pagine social ed in particolare da due video che mi hanno colpito e che, ovviamente, parlano di pesca.
Mi riferisco a quello di una strascicante, in pesca sul litorale laziale che, inaspettatamente, in una cala, porta a bordo oltre 190 ombrine di taglia veramente considerevole.
E poi a quello di una pescheria, questa volta campana, che mostra con grande orgoglio un numero infinito di grandi dentici.
E’ naturale che parliamo di grandi esemplari in attualità di riproduzione e che, per loro abitudine, si ammassano per poter svolgere le pratiche nuziali che hanno bisogno, per andare a buon fine, che gli animali siano molto vicini tra loro in modo tale che le uova espulse dalle femmine possano entrare in contatto con gli spermatozoi emessi dai maschi.
Questa danza si protrae per giorni e ogni specie ha un suo periodo specifico.
Sicuramente da pescatore di canna che considera i pesci un patrimonio da proteggere e da prelevare con la massima parsimonia, questi quintali di grandi pesci mi hanno particolarmente indignato.
L’indignazione trova ragioni soprattutto nella totale indifferenza degli operatori, il pescatore e il pescivendolo, nei confronti del danno biologico che questo tipo di prelievi intensivi genera.
Ma trova anche ragioni nel fatto che non ci sia tutela alcuna da parte di chi le regole le dovrebbe emanare e far rispettare.
Catture di questo tipo che di certo rappresentano un valore economico decisamente importante, essendo tutti pesci di elevato pregio, sono però l’esempio di una pesca non sostenibile che svende il futuro per un guadagno immediato.
Per fare una battuta possiamo dire che qui ci stiamo “mangiando” la gallina, le uova e pure i pulcini, senza preoccuparci neanche un po’ di quel che accadrà.
Un “carpe diem” molto miope ed anche criminale.
Il problema è che se chi fa impresa non è capace di “controllare” la propria economia e peggio brucia capitale ed interessi diventa dannoso per se stesso e per gli altri.
Quando si tratta di un patrimonio biologico però il problema non riguarda solo gli operatori che se si riducono al collasso chiudono, ma riguarda l’umanità.
Perché i pesci non sono solo cibo, ma sono l’essenza essi stessi del mare , senza i quali il mare muore ( e già lo sta facendo) ed insieme al mare muoiono anche le terre emerse e chi ci vive sopra.
La pesca tutta andrebbe regolamentata seriamente ma salvaguardando il patrimonio biologico e non solo quello in denaro di chi ci lavora.
I fermi biologici da barzelletta dovrebbero rispettare i cicli biologici dei pesci e non essere periodi di fermo comodi per fare carena…. per altro con tutele economiche garantite.
Regole nuove andrebbero fatte per tutti ricreativi e sportivi compresi e chi decide o dovrebbe decidere per il bene comune, dovrebbe capire che oggi pescare quando i pesci sono in frega non è più sostenibile.
Le nostre strascicanti arrivano a pescare anche a 800 metri di profondità e malgrado i pescatori professionisti lo neghino il pesce diminuisce e lo sforzo di pesca aumenta.
E per sforzo di pesca intendo la tecnologia impiegata per strappare i pesci fin nelle viscere più profonde del mare.
E che il Dio Nettuno abbia pietà di noi!




















