Prendo spunto da un post di un gruppo di pesca dedicato alla bolognese per parlare di pesca nei porti.
Il porto è uno spot di pesca d’elezione grazie alla grande biodiversità presente.
Le acque portuali tranquille e allo stesso tempo ricche di nutrienti e foraggio richiamano e ospitano tutti gli attori di quella grande giostra che è la catena alimentare.
Un posto dove è possibile incontrare pesci pregiati e dove è possibile pescare anche con condizioni marine e metereologiche avverse e soprattutto di facilissima accessibilità.
Non a caso ho chiamato il porto l’alfa e l’omega del pescatore.
E’ nel porto che si vivono le prime esperienze ed è al porto che si ritorna quando scogliere e spiagge diventano troppo faticose a causa del sommarsi di molte primavere.
E anche io ho ancora vivi i ricordi delle prime esperienze di pesca, nel porto di Ischia, quando, a pochi anni, tentavo di realizzare qualche cattura con delle improbabili lenze a mano che, emulo di quelli più bravi, cercavo di lanciare il più lontano possibile.
Da qualche anno però la pesca nei porti è vietata; lo è in tutte le strutture portuali nessuna esclusa comprese, a maggior ragione, quelle private.
La legge lo vieta, ma sarà difficile trovare un porto in cui non si scorga il brandeggio di qualche bolognese, segno che la passione non conosce regole e spesso la tolleranza degli organi di controllo ci strizza l’occhio.
Rimane il fatto che per vari motivi di sicurezza, da quella dei singoli per eventuali infortuni a quella legata al terrorismo non si può pescare.
E questo rappresenta per molti di noi, i più caparbi e meno inclini a digerire le regole, una vera limitazione della propria libertà.
Cosa questa che genera in molti il menefreghismo, ma se si vuole cambiare le regole non lo si fa infischiandosene ma protestando nelle sedi e nei modi opportuni.
In oltre c’è anche da aggiungere che molti pescatori lasciano dietro di se i segni della loro presenza.
Scatole di esca, spezzoni di nylon a volte anche armati di ami, per non parlare degli avanzi delle merende.
Tutto questo, meno raro di quel che si pensi, non contribuisce davvero a renderci graditi ospiti.
Resta pur vero però che non avere accesso alle acque portuali è un gran peccato e il fatto che non sia mai stata presa in considerazione dalle istituzioni questa esigenza, dimostra ancora una volta che la pesca ricreativa è la solita cenerentola.
Però ci sono delle realtà, e non mi riferisco a quelle agonistiche, in cui pescare nei porti è possibile; e questo succede quando i pescatori si organizzano e si aggregano e danno modo alle autorità di confrontarsi con attività coordinate.
In Italia ce ne sono parecchie di situazioni simili in cui associazioni locali in collaborazione con autorità marittime e capitanerie hanno individuato aree in cui pescare in sicurezza, seguendo semplici regole
Certamente sarà diverso dall’idea più romantica di prendere su la canna e qualche verme e passare qualche ora di svago.
Però sarà pur meglio di niente.
Ma la conclusione che possiamo trarre da questi ragionamenti è quella che se i pescatori fossero una entità giuridica riconosciuta e non i soliti cani sciolti a volte un po’ ringhianti, convinti che il mare non deve avere regole, le cose andrebbero sicuramente meglio.
Forse è il momento di capire che essere una categoria impone anche regole ma riconosce soprattutto diritti.
Pescatori meditate.




















