Febbraio, è oramai una consuetudine, è mese di fiere della pesca.
Quando noi pescatori sentiamo parlare di questi eventi suona il campanello di allarme.
Per i più maturi si riaccende la speranza di poter vivere nuovamente le emozioni e le sensazioni che caratterizzavano questi eventi nei tempi passati di Firenze, Bologna e Roma, mentre per i più giovani invece scatta la molla di conoscere, imparare e vedere; di immergersi interamente nel mondo della propria passione.
Oggi le cose non stanno più come le ricordiamo e soprattutto il Covid ha rappresentato un giro di boa che ha modificato in modo irreversibile molti aspetti della nostra vita, compreso quello della comunicazione e della pubblicità.
Nonostante in alcuni settori le fiere, le mostre, gli eventi abbiano ripreso forza e attenzione, nel mondo della pesca si stenta a far ripartire la macchina.
Pensare che queste attività oggi possano essere superflue e sorpassate perché il web fa le veci di tutto è un pensiero sbagliato perché nel mondo delle passioni, che spesso fa rima col mondo del superfluo, c’è bisogno di qualcosa in più.
Soprattutto per chi è alle prime armi, per chi ha più passione che esperienza , toccare con mano è sostanziale, perché vedere da vicino non è come guardare il catalogo sul telefonino o seguire un influencer su tik tok.
Non basta ed è giusto che sia così, perché la pesca, alla fin dei conti, è già fin troppo virtuale di suo, .
Più parlata che praticata, perché tra noi e l’acqua, dolce e salata che sia, ci sono sempre tanti ostacoli, il tempo, il lavoro, il meteo e chi più ha più ne metta e le fiere diventano il sacro Graal della pesca.
Sono un momento di aggregazione dove si passa finalmente al reale, dove le aziende di cui adoperiamo i prodotti diventano una realtà tangibile.
Prendo spunto per condividere queste mie riflessioni, con chi mi legge, dal recente Pescare Show di Rimini, dove, malgrado la mia rinomata indole critica, devo riconoscere che il grosso impulso organizzativo, l’impegno dello staff di persone che hanno lavorato all’organizzazione dell’evento hanno raggiunto un ottimo risultato che presumibilmente si replicherà nella edizione Napoletana che si terrà in Marzo.
Malgrado ciò non ritengo di sminuire il successo organizzativo affermando che era apprezzabile lo sbilancio, in una fiera prevalentemente dedicata alla pesca, tra aziende di materiale alieutico e elettronica, imbarcazioni e motori fuoribordo.
Sicuramente questo è un segnale importante che conferma e ratifica il fatto che la pesca dalla barca è lo zoccolo duro della pesca, ma che in un evento del genere non partecipi almeno l’80% delle aziende importanti lascia molto perplessi.
Ora, una fiera è come uno spettacolo teatrale in cui i players importanti sono tre: il teatro e gli organizzatori, gli attori e il pubblico.
E quest’ultimo è il più importante perché con gli spalti deserti non c’è spettacolo che tenga.
Nel nostro caso gli elementi importanti ci sono stati tutti ed il pubblico, almeno a Rimini, è stato un fiume in piena e il “teatro” più che all’altezza.
Le aziende forse dovrebbero farci un pensiero.
Inutile nascondersi dietro ad un dito, il mercato è in crisi e dovendo scegliere tra una bolletta più cara del solito e la canna nuova la scelta è scontata.
Su questo non vi è dubbio, ma senza agire non si cambia il trend.
Ma se non si mostra non si vende e il pubblico ha bisogno di essere caricato di emozioni e di desideri, di riempirsi gli occhi; ha bisogno di aggregazione e di identificare i prodotti con chi li produce.
Per fare uno dei miei soliti esempi, se non si investe in una comunicazione concreta, questo nostro settore rischia di fare la fine di quello tipo che, pur di non provare dolore, non si muoveva, sperando che col tempo la situazione migliorasse; con l’unico risultato che poi davvero non si mosse mai più.
E non basta ricorrere a improvvisati influencer che a stento sanno cosa hanno in mano, nella convinzione che basta che se ne parli.
Il pubblico non è tutto uguale e poi … in commercio, come nella pesca, bisogna osare.




















