Questo editoriale non poteva che avere come argomento la nuova stagione di pesca al tonno rosso che prenderà il via il prossimo 16 giugno.
Finalmente la pesca, quella legale, riapre … croce e delizia di tutti gli appassionati.
La solfa è sempre la stessa, non cambia e sicuramente neanche cambierà e ci saranno sempre pochi tonni da prelevare e troppi pescatori che tenteranno di farlo.
Troppo facile indugiare sulla solita polemica trita e ritrita dei professionisti che la fanno da padrone e i ricreativi a cui restano le briciole.
Se sentiamo i professionisti il ragionamento è inverso e accusano noi di appropriarci di quote che, secondo il loro punto di vista, sarebbero state loro di diritto.
Conclusione: uno a uno e palla al centro … perchè di certo così, non se ne viene fuori davvero.
Quindi penso che i soliti argomenti e la voglia di baruffa servano a poco, così come penso sia sterile ogni sfogo, magari come quelli su facebook, figlio del nervoso del momento, ma che rimane orfano di qualsiasi azione concreta.
Tanto è nella nostra indole, di italica gente, trovare un rimedio “all’ingiustizia”; nel nostro caso cercando di portarci a casa “a prescindere” il nostro tonno, che sia prelevato di diritto o a pezzetti nel gavone più nascosto, perché tanto nessuno ci vede e“peccato non è” visto che altre categorie fanno di peggio.
E se possibile è anche meglio non dichiarare le catture che così la nostra “quota” si esaurisce “di meno”.
Beh, che nessuno pensi che io sia dalla parte di quelli che il tonno non pretenda di poterlo pescare, anzi io credo fortemente che, per dirla alla Bartali, “l’è tutto sbagliato … l’è tutto da rifare”.
Perché è mio profondo convincimento che la pesca debba potersi svolgere tutto l’anno, con pari opportunità per tutti.
Ma per poter “rifare” bisogna che noi pescatori ci si metta in testa che bisogna cambiare strada.
La pesca in mare, altro non è che un’attività estrattiva, come una miniera o un pozzo petrolifero: si preleva e non si reimmette nulla.
I professionisti hanno una licenza per “estrarre” il pesce ed una rappresentatività che li colloca automaticamente, in una posizione di forza che ne avvalora soprattutto i diritti ( i doveri da noi vanno poco di moda).
Al contrario il pescatore ricreativo di mare vanta più regole che diritti essendo una categoria di “fatto”, malgrado associazioni e federazioni tentino di darne una parvenza di versa.
Questo per dire che se non ci “aggiorna” pretendendo una licenza degna di tale nome, fatta da pescatori e non dalla politica, sarà molto difficile che se ne esca fuori.
La parola licenza, farà venire la pelle d’oca a molti, ma non è così difficile capire che “un’abilitazione” è conseguenza di un riconoscimento ufficiale, è l’atto conclusivo che ratifica una categoria che finalmente potrà vantare non più solo doveri ma anche diritti.
Se si rimane in ordine sparso, preferendo l’arte di arrangiarci per arraffare un pesce in più, credo che allora ci rimanga poco da fare.




















