Di Gimmy Fulvi
Lo abbiamo detto nel precedente articolo, la pesca con il pallino è una tecnica verticale in piena regola, dove la sensibilità del sistema pescante ed il controllo dell’esca sono i due cardini fondamentali.
C’è poco da fare, in una pesca di ricerca dove l’azione di si concretizza nel calare l’inganno sulla verticale delle marcature o almeno nelle immediatissime vicinanze l’attrezzatura è tutto.
Precisione e sensibilità sono quindi indispensabili, perché in fin dei conti si tratta di essere dei cecchini e centrare il bersaglio.

Il controllo
Ci sono momenti in pesca in cui tutto si riduce a una cosa sola: il controllo.
Non importa quanto sia profondo il fondale, quanto sia forte la corrente o quanto deciso sia il pesce dall’altra parte della lenza.
In verticale, quando il pallino scende e il contatto si stabilisce, ogni componente dell’attrezzatura diventa parte di un unico sistema che deve lavorare senza incertezze.
Il sistema deve sembrare quasi rigido per comunicare al pescatore quel che sta succedendo, dal contatto col fondo alle vibrazioni che il pesce produce prima di attaccare.
Ma poi a strike avvenuto la musica cambia e canna e mulo giocheranno un ruolo essenziale nell’ammortizzare testate e fughe del pesce scongiurando il rischio di sottoporre gli elementi della linea a stress fatali.

Un gioco serio
Pescare in verticale con il pallino, tutto sommato è un’attività minimalistica, quasi essenziale, fatta di pochi elementi cosa che ci può far pensare anche al fatto che sia fin tropo semplice.
Ma la verità è ben altra.
Proprio perché tutto si gioca in verticale lungo la colonna d’acqua, anche a profondità impegnative ogni piccolo dettaglio ogni piccola difficoltà possono amplificare le conseguenze.
Una canna troppo rigida, un nodo poco curato o un mulinello non all’altezza possono cambiare completamente l’esito del combattimento.
Quello che diremo in seguito non è un insieme di regole dogmatiche, ma una visione maturata sul campo, frutto di tanti errori, tante delusioni e anche di qualche bella cattura.
Cose che insegnano più di qualsiasi teoria.

La canna
Nel tempo abbiamo testato diverse soluzioni, ma oggi la direzione è chiara.
La scelta è caduta su una tipologia di canna che riesce a mettere insieme sensibilità reale e capacità di gestione del pesce.
Anche se l’offerta commerciale è a dir poco molto ampia la Hart Miura Max è l’attrezzo che secondo me risponde perfettamente a queste caratteristiche e soprattutto alle mie esigenze
La sua particolarità è nella tecnologia di costruzione, un fusto in carbonio pieno con micro camera d’aria interna.
Questa soluzione crea un comportamento particolare, generando una struttura più potente rispetto a un solid tradizionale, ma allo stesso tempo più leggera e sensibile, con una risposta più pronta sia in ferrata che durante il combattimento.
In pesca questo si traduce in una canna che “legge” tutto ciò che accade sotto la superficie, ma che non si scompone quando il pesce decide di usare tutta la sua forza.
La progressività del fusto diventa fondamentale: accompagna le fughe, smorza i colpi di testa e permette di lavorare il pesce senza forzature inutili.

Il mulinello
Se la canna guida l’azione, il mulinello ne determina il controllo reale.
Quel che serve è un mulo specifico per le pesche verticali, capace di garantire livelli di freno importanti e modularità totale della frizione per gestire le prede anche a profondità impegnative.
I punti nevralgici, oltre al sistema frenante, sono due.
L’ergonomicità per far sì che il combattimento sia più agevole possibile, senza inutili affaticamenti, magari usando maniglie maggiorate, e la dimensione della bobina che deve essere stretta, per migliorare il controllo della lenza, soprattutto nelle fasi in cui il pesce cambia direzione improvvisamente o tenta di rifugiarsi sul fondo.

Il filo
In bobina un trecciato di qualità è tassativo.
La scelta della tipologia sta alle abitudini personali, tenendo presente sempre che il carico di rottura, sebbene importante non è tutto.
Grandi profondità si affrontano meglio con sezioni sottili ed omogenee, come quelle offerte da braided a 8/12 capi, che però risultano meno indicati, quando il fondale è roccioso e frastagliato.
Un vecchio 4 capi molto spesso si difende meglio dalle insidie di un’abrasione.
Comunque è consigliatissimo sempre l’uso di un trecciato multicolor, per avere in ogni momento sotto controllo la quantità di lenza in acqua.

La fine della linea
Il collegamento finale non è mai un dettaglio secondario.
Dal trecciato con un CoCo Knot deriveremo un tratto di almeno 10 mt di nylon a fare da shock leader a cui seguiranno circa due metri di fluorcarbon, entrambi dello 0.60.
L’insieme dei due materiali crea un giusto compromesso tra elasticità e resistenza all’abrasione nell’ultimo tratto.
La connessione finale è realizzata con una girella ed uno split ring, in modo da garantire massima libertà di movimento e lo scarico delle torsioni.
Il nodo di connessione che per esperienza si è rivelato il più affidabile è il nodo del tubicino.
Concludendo
La pesca con il pallino in verticale non è una questione di singoli pezzi, ma di equilibrio complessivo.
Ogni elemento, canna, mulinello, filo e terminale deve lavorare in armonia, senza punti deboli.
Perché quando il pesce è in trazione e tutto è sotto pressione, non esistono compromessi: o il sistema regge, o cede.
Ed è proprio per questo che la scelta dell’attrezzatura non è mai casuale.




















